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Cassazione Civile 22933/2015 – Patto di non concorrenza – Patto di prolungamento del preavviso

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Sentenza 22933/2015

Patto di non concorrenza – Patto di prolungamento del preavviso – Assenza di prestazioni corrispettive – Elusione dei limiti del patto – Nullità

Il patto di prolungamento del preavviso, sorretto da un minimo incremento retributivo e non in rapporto di corrispettività con una preordinata progressione in carriera, è nullo per frode alla legge in quanto finalizzato a perseguire l’interesse tipico del patto di non concorrenza, eludendone tuttavia i limiti di specificazione dell’attività e di adeguatezza del corrispettivo.

Cassazione Civile, Sezione Lavoro, Sentenza 10-11-2015, n. 22933   (CED Cassazione 2015)

Art. 2125 cc (Patto di non concorrenza) – Giurisprudenza

 

 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 21 novembre 2011, la Corte d’Appello di Bologna, in integrale riforma della decisione resa dal Tribunale di Reggio Emilia, rigettava la domanda proposta da (OMISSIS) nei confronti della (OMISSIS) S.p.A. avente ad oggetto la declaratoria di illegittimità/nullità del patto di prolungamento del periodo di preavviso quale individuato dal contratto collettivo applicabile e di non debenza delle somme per tale titolo pretese e trattenute dalla Società datrice in compensazione delle spettanze di fine rapporto dovute al dipendente, come anche per l’ulteriore titolo, invocato in via riconvenzionale, relativo all’erogazione di un assegno ad personam, qualificata indebita in relazione all’intervenuta risoluzione del rapporto.

La decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto, anche in relazione alla rinnovata stipula del patto di prolungamento del preavviso in un successivo contratto concluso tra le stesse parti, la corrispondenza del predetto patto alla volontà negoziale delle parti medesime e la sua natura corrispettiva, per essere stato questo accettato a fronte di benefici riconosciuti al dipendente già nel corso del rapporto, dati da progressivi avanzamenti di carriera e dall’erogazione di un assegno ad personam. Per la cassazione di tale decisione ricorre il (OMISSIS), affidando l’impugnazione, a otto motivi, cui resiste, con controricorso, la Società.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorrente articola la propria impugnazione sotto vari profili volti ad evidenziare la non conformità a diritto e l’incongruità logica dell’iter argomentativo in base al quale la Corte territoriale giunge a sancire la legittimità del patto stipulato tra le parti in epoca successiva all’assunzione avente ad oggetto il prolungamento del preavviso a dodici mesi rispetto alla durata prevista dalla contrattazione collettiva di settore in un solo mese e, per questa via, la legittimità della corrispondente trattenuta operata dalla Società all’atto delle dimissioni rassegnate dal ricorrente anticipatamente rispetto alla data di scadenza e di disdettabilità del patto medesimo, iter, come detto, incentrato sulla corrispondenza dell’intesa all’effettiva volontà negoziale di entrambe le parti a motivo della natura corrispettiva dell’obbligo assunto dal ricorrente rispetto alla disponibilità da parte della Società a consentirgli una progressione di carriera e ad erogargli un apposito assegno ad personam pari a lire 300.000 per ogni mese di durata del patto.

In effetti con il primo, secondo, terzo e settimo motivo il ricorrente deduce la nullità del patto per violazione e falsa applicazione di norme imperative rispettivamente individuate, nel primo motivo, in quelle poste dalla Costituzione a tutela del lavoro e della persona, nel secondo motivo, nella previsione di cui all’art. 2118 c.c. che sancisce il diritto al recesso dal rapporto di lavoro, nel terzo motivo, nelle prescrizioni di fonte legale, contrattuale o consuetudinaria che presiedono alla regolamentazione dell’istituto, nel settimo motivo, alla disciplina con riguardo ad esso dettata dalla legge sull’impiego privato di cui al R.D.L. n. 1825 del 1924 Con il quarto quinto e sesto motivo, il ricorrente si volge ad evidenziare l’illegittimità intrinseca del patto, rilevandone la deviazione dalla causa tipica, la non meritevolezza dell’interesse perseguito nell’esercizio dell’autonomia privata, i profili di abuso del diritto dallo stesso implicati (quarto motivo) l’uso in frode alla legge (sesto motivo), rilevando come tali censure siano comprovate da un documento aziendale, tempestivamente prodotto in sede di merito e qui puntualmente allegato, sul quale, incorrendo nel vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, la Corte territoriale avrebbe omesso qualsiasi pronunciamento (quinto motivo).

Con l’ottavo motivo, nel denunciare la violazione e falsa applicazione degli artt. 1341 e 1342 c.c. in una con il vizio di motivazione, il ricorrente rileva l’inefficacia del patto in relazione alla sua configurabilità come clausola unilateralmente predisposta dal datore quale parte di una contrattazione seriale su schemi negoziali dal medesimo approntati e dunque quale condizione generale di contratto, configurabilità sulla quale parimenti la Corte territoriale ha omesso qualsiasi pronunzia.

In merito si deve innanzitutto rilevare l’infondatezza dei motivi primo, secondo, terzo e settimo intesi a sostenere l’illegittimità in sè del patto di prolungamento del preavviso alla luce dell’orientamento espresso da questa Corte (cfr. Cass. n. 4991 del 12.3.2015) secondo cui “la materia di recesso dal rapporto di lavoro, è valida la clausola del contratto individuale che preveda un termine di preavviso per le dimissioni più lungo rispetto a quello stabilito per il licenziamento, ove tale facoltà di deroga sia prevista dal contratto collettivo ed il lavoratore riceva, quale corrispettivo per il maggior termine, un compenso in denaro”.

Parimenti infondato deve ritenersi l’ottavo motivo, atteso che il riferimento operato nella motivazione dell’impugnata sentenza alla natura autonoma del patto, concluso dalle parti con manifestazione di volontà diretta allo specifico contenuto del patto stesso, successivamente all’assunzione, presuppone l’inconfigurabilità dello stesso quale clausola vessatoria inserita in un più ampio contesto negoziale recato da un modulo unilateralmente predisposto così da indurre a ritenere, in difetto della specifica sottoscrizione prevista dall’art. 1342 c.c., l’assenza di una specifica volizione sul punto da parte del contraente seriale, finendo pertanto per escludere la ravvisabilità del denunciato vizio di omessa pronunzia.

Di contro, meritano accoglimento i motivi dal quarto al sesto, complessivamente intesa ad evidenziare la non ravvisabilità, nel patto in questione, dello schema negoziale delineato in motivazione dalla Corte territoriale, per il quale il prolungamento del preavviso si prospetterebbe come obbligazione assunta dal lavoratore nel quadro di un contratto a prestazioni corrispettive con controprestazione rappresentata dall’obbligazione della Società datrice a delineare una progressione di carriera “accelerata”ed all’erogazione, in aggiunta al trattamento economico contrattuale spettantegli, di un assegno ad personam. è sufficiente la lettura del testo dell’accordo per avvedersi che le predette prestazioni, pur essendo ivi compresenti, non si pongono in rapporto di corrispettività, atteso che l’obiettivo di fidelizzazione incentivata perseguito dalla Società – come dichiara espressamente il documento acquisito agli atti ma non tenuto in adeguata considerazione dalla Corte territoriale – con il prolungamento del preavviso sorretto da un minimo incremento retributivo, non si pone a contropartita di un preordinato percorso di carriera. Lo attesta la determinazione della durata del vincolo, fissata comunque in due anni, esclusivamente in funzione della delimitazione della sua efficacia nel tempo, il ricollegarsi, anche in considerazione della sua minima entità, del beneficio economico alla mera compensazione dell’onere connesso al prolungamento del preavviso, la mera eventualità della progressione di carriera.

Ci si trova piuttosto di fronte, come suggerisce anche il termine di efficacia dell’intesa in questione, ad un patto di non concorrenza, non solo anticipato durante il corso del rapporto, ma altresì svincolato da qualsiasi riferimento ad una specifica attività e privo di adeguato corrispettivo.

Ne risulta con tutta evidenza la deviazione dall’originario schema causale, piegato, ferma la mera apparenza dell’esercizio legittimo, in quanto tipico, dell’autonomia privata (clausola di prolungamento del preavviso), al perseguimento di un interesse che la legge, invece, prevede sia definito secondo distinte modalità tipiche (patto di non concorrenza), configurandosi pertanto l’intesa raggiunta come patto in frode alla legge, in quanto tale viziato da nullità.

Il ricorso va, dunque, accolto nei limiti di cui sopra ed in relazione ad essi l’impugnata sentenza cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Firenze che provvederà in conformità, disponendo anche per l’attribuzione delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il quarto, il quinto ed il sesto motivo, rigetta gli altri, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’Appello di Firenze.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 6 ottobre 2015