Roma, Via Valadier 44 (00193)
o6.6878241
avv.fabiocirulli@libero.it

Cassazione Civile 29674/2023 – Domanda di risoluzione del contratto per inadempimento con contestuale richiesta di condanna della parte inadempiente al risarcimento dei danni – Prova dell’an e del quantum dei danni

Richiedi un preventivo

Ordinanza 29674/2023

Domanda di risoluzione del contratto preliminare di vendita immobiliare per inadempimento con contestuale richiesta di condanna della parte inadempiente al risarcimento dei danni – Prova dell’an e del quantum dei danni

Ove sia proposta domanda di risoluzione del contratto per inadempimento, con contestuale richiesta di condanna della parte inadempiente al risarcimento dei danni, il risarcimento è subordinato alla prova dell’an e del quantum dei danni, non operando conseguentemente la limitazione quantitativa di cui alla
clausola penale prevista in contratto, di cui la parte non inadempiente non si sia avvalsa, ai fini dell’accoglimento della domanda risarcitoria.

Cassazione Civile, Sezione 5, Ordinanza 26.10.2023, n. 29674

Art. 1453 cc (Risoluzione del contratto preliminare per inadempimento)

Art. 1382 cc (Effetti della clausola penale)

 

 

FATTI DI CAUSA

1.– (OMISSIS) conveniva, davanti al Tribunale di Forlì,
(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS)
e (OMISSIS), chiedendo che fosse pronunciata la
risoluzione del contratto preliminare di vendita immobiliare
concluso tra le parti l’8 gennaio 2004 per inadempimento dei
promissari acquirenti, con contestuale richiesta di condanna di
questi ultimi al risarcimento dei danni conseguenti alle condotte
inadempienti perpetrate.

Si costituivano separatamente in giudizio (OMISSIS),
(OMISSIS) e (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS),
i quali contestavano la fondatezza delle domande
avversarie e ne chiedevano il rigetto. Spiegavano, altresì,
reciproche domande di manleva per l’ipotesi di accoglimento delle
domande di parte attrice.

Nel corso del giudizio l’attrice proponeva due distinte istanze
cautelari ex art. 700 c.p.c. di rilascio dell’immobile oggetto del
preliminare, che venivano disattese anche in sede di reclamo.

Erano inoltre assunte le prove orali ammesse ed era espletata
consulenza tecnica d’ufficio allo scopo di accertare i danni subiti
dall’immobile.

Quindi, il Tribunale adito, con sentenza n. 872/2012,
depositata il 26 settembre 2012, accoglieva le domande proposte
e, per l’effetto, pronunciava la risoluzione del preliminare dell’8
gennaio 2004 per inadempimento dei promissari acquirenti e
condannava i convenuti, in solido, al rilascio dell’immobile nonché
al pagamento, in favore dell’attrice, della somma di euro
69.240,06, a titolo di risarcimento del danno, oltre rivalutazione
monetaria e interessi, e all’ulteriore pagamento, sempre a titolo
risarcitorio, degli interessi legali sulla somma di euro 200.000,00,
dal giugno 2004 fino alla pubblicazione della pronuncia;
condannava, in ultimo, l’attrice alla restituzione ai convenuti delle
somme ricevute a titolo di acconto e di caparra confirmatoria, per
l’importo di euro 55.646,00, oltre interessi legali.

2.– Con separati atti di citazione, (OMISSIS) e Grana
Anna Maria nonché (OMISSIS) e (OMISSIS)
proponevano appello avverso la sentenza di primo grado,
lamentando l’erroneità della pronuncia impugnata con riferimento
alla quantificazione dei danni e chiedendone la riduzione.

Si costituivano nei giudizi di impugnazione (OMISSIS) e
(OMISSIS), la quale chiedeva che gli appelli fossero dichiarati
inammissibili o rigettati.

Riuniti i giudizi e decidendo sui gravami interposti, la Corte
d’appello di Bologna, con la sentenza di cui in epigrafe, accoglieva
per quanto di ragione gli appelli spiegati e, per l’effetto, in
parziale riforma della sentenza di primo grado impugnata,
condannava (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS),
(OMISSIS) e (OMISSIS), in solido tra loro, al
pagamento, in favore di (OMISSIS), della somma di euro
15.000,00, a titolo di risarcimento danni, oltre rivalutazione ed
interessi dal gennaio 2004 fino alla pubblicazione della pronuncia.
A sostegno dell’adottata pronuncia la Corte di merito rilevava
per quanto di interesse in questa sede: a) che le parti avevano
concordato nel preliminare una clausola penale pura, con la quale
avevano predeterminato l’ammontare del risarcimento in caso di
inadempimento, non essendo stata riconosciuta la possibilità di
risarcire un danno ulteriore; b) che nella fattispecie l’attrice non
aveva richiesto l’applicazione della clausola penale di cui
all’articolo 15 del contratto, ma aveva agito per ottenere la
risoluzione del preliminare e il risarcimento dei danni, ai sensi
dell’art. 1453 c.c.; c) che la domanda di risarcimento danni era
distinta e diversa da quella relativa all’applicazione della clausola
penale, richiesta, quest’ultima, autonoma anche rispetto alla
domanda di risoluzione del contratto, sicché il giudice non avrebbe
potuto liquidare l’importo della penale a seguito dell’accertamento
dell’inadempimento, dovendo limitarsi a statuire in ordine alle
domande formulate dalle parti, sulla scorta della prova circa la
sussistenza e l’ammontare del medesimo danno; d) che, tuttavia,
non essendo possibile ignorare il contenuto negoziale in concreto,
qualora il risarcimento del danno provato secondo i principi in
materia di inadempimento contrattuale fosse risultato superiore
alla somma pattuita dalle parti del contratto, si sarebbe dovuto
limitare l’ammontare del danno al quantum stabilito come penale;
e) che, nella specie, (OMISSIS) aveva provato di aver subito
un danno pari alla somma di euro 59.604,42, oltre rivalutazione e
interessi da gennaio 2004 fino alla data di pubblicazione della
sentenza, ma ciononostante il risarcimento del danno doveva
essere limitato e contenuto entro la soglia di euro 15.000,00,
somma corrispondente alla penale pattuita dalle parti.

3.– Avverso la sentenza d’appello ha proposto ricorso per
cassazione, affidato a cinque motivi, (OMISSIS).
Gli intimati (OMISSIS) e (OMISSIS) hanno resistito
con controricorso.

Sono rimasti intimati (OMISSIS), (OMISSIS) e
(OMISSIS).

4.– La ricorrente e i controricorrenti hanno presentato
memorie illustrative ai sensi dell’art. 380-bis.1. c.p.c.

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.– Con il primo motivo la ricorrente denuncia, ai sensi
dell’art. 360, primo comma, nn. 3 e 4, c.p.c., la nullità della
sentenza o del procedimento per violazione e falsa applicazione
degli artt. 99 e 112 c.p.c., in rapporto all’art. 1382 c.c., in ordine
al vizio di ultra-petizione, per avere la Corte di merito
erroneamente e contraddittoriamente applicato la clausola penale
contrattuale in assenza di domande in tal senso, avendo l’attrice
agito per la risoluzione e il risarcimento dei danni, secondo i
principi generali ex artt. 1453 e ss. c.c.

Al riguardo, obietta l’istante che il giudice d’appello avrebbe
contraddittoriamente ritenuto che, in presenza di una domanda di
risoluzione e di una correlata domanda risarcitoria, il nocumento
dovesse essere dimostrato nell’an e nel quantum, per poi
affermare che dovesse essere applicata rigidamente la penale
contrattuale al fine di contenere la quantificazione del
risarcimento entro l’ammontare della penale stessa.

Sicché – continua la ricorrente –, a fronte della prospettata
dimostrazione di un danno in conto capitale per complessivi euro
59.604,42, indebitamente il risarcimento sarebbe stato limitato
entro la soglia della penale, pari ad euro 15.000,00, applicandosi
così la penale, di cui, in principio, era stata esclusa l’applicabilità.
E ciò ledendo i fondamentali principi della domanda e della
corrispondenza tra chiesto e pronunciato.

1.1.– Il motivo è fondato.
Infatti, la richiesta di applicazione di una clausola penale
contrattualmente prevista per il caso di inadempimento –
richiesta senza la quale il giudice che pronunzi la risoluzione del
contratto non può statuire sull’applicazione della clausola – non
può considerarsi implicitamente contenuta nella domanda di
risoluzione del contratto per inadempimento ovvero in quella di
risarcimento del danno, stante l’indipendenza di tali domande da
quella di pagamento della penale, la quale si configura come
autonoma sia rispetto all’inadempimento, potendo trovare
applicazione tanto in ipotesi di domanda di risoluzione del
contratto quanto in quella in cui venga proposta domanda di
esecuzione coatta dello stesso, sia rispetto al danno, atteso che
la penale può essere prevista anche in assenza di un concreto
pregiudizio economico (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 19272 del
12/09/2014; Sez. 2, Sentenza n. 10741 del 24/04/2008; Sez. 2,
Sentenza n. 21587 del 15/10/2007; Sez. 2, Sentenza n. 771 del
25/01/1997).

E ciò sempre che la limitazione convenzionale nella
liquidazione del danno, in ragione della pattuizione di una penale,
non sia tempestivamente (recte sin da giudizio di prime cure)
invocata in via di eccezione (in senso stretto) dal convenuto
(Cass. Sez. 3, Sentenza n. 19272 del 12/09/2014; Sez. 2,
Sentenza n. 303 del 16/01/1996).

Sicché, ove sia proposta domanda di risoluzione del
contratto, con richiesta di condanna della parte inadempiente al
risarcimento dei danni, come nella fattispecie – per un verso –
costituisce domanda autonoma quella formulata nel corso del
giudizio di primo grado e volta all’applicazione della clausola
penale, senza che il convenuto abbia chiesto il contenimento del
danno entro la soglia della penale, e – per altro verso – non
opera la limitazione quantitativa della penale prevista in
contratto, ai fini dell’accoglimento della domanda risarcitoria, che
non dovrà dunque sottostare al tetto della penale contemplata
dalle parti.

Il risarcimento, in questi casi, spetterà a condizione che la
parte istante abbia fornito la prova dell’an e del quantum di tale
danno, con la conseguenza che, in difetto della dimostrazione
dell’integrazione del pregiudizio quale effetto dell’inadempimento,
la tutela riparatoria non sarà affatto apprestata. Mentre, allorché
sia fornita la prova dell’esistenza del nocumento, la liquidazione
dovrà essere riconosciuta nei limiti in cui sia raggiunta la
dimostrazione della sua effettiva entità.

Ne discende che, qualora sia data una dimostrazione del
quantum del danno che superi il tetto della clausola penale, il
risarcimento dovrà essere riconosciuto in corrispondenza della
prova offerta, e non già entro la soglia della penale.

Se così non fosse, non avrebbe a priori senso per la parte
optare per la prova – alla stregua delle regole ordinarie – del
danno risarcibile, che evidentemente assume una concreta
valenza e una pratica utilità solo allorché la parte ritenga di poter
dimostrare un pregiudizio superiore all’importo della penale,
assumendosi però il rischio che, in carenza di prova, nulla sia
attribuito o che la prova offerta del quantum consenta solo una
liquidazione inferiore all’importo della penale.

1.2.– Non ostano a questa conclusione ipotetiche ragioni di
sistema.

Evidentemente la ricostruzione di siffatto apparato
argomentativo si fonda sull’analogia tra la disciplina della clausola
penale e quella della caparra confirmatoria, che prevede,
appunto, all’art. 1385, terzo comma, c.c., che – se la parte che
non è inadempiente preferisce domandare l’esecuzione o la
risoluzione del contratto – il risarcimento del danno è regolato
dalle norme generali.

Trattandosi – almeno sotto questo profilo – di istituti che
perseguono uno scopo affine, la possibilità di avvalersi
dell’ordinario risarcimento dei danni – soggiacendo ai relativi
oneri probatori – non esige una specifica previsione anche per la
clausola penale.

Risponde, infatti, ai principi dell’ordinamento giuridico
consentire – a fronte di un regime speciale contemplato nel caso
di pattuizione della clausola penale, con le relative agevolazioni
probatorie – scegliere di avvalersi dei rimedi generali, con i
connessi aggravi che ne discendono.

Pertanto, come la previsione circa la facoltà di invocare il
regime ordinario della risoluzione, con la connessa domanda
risarcitoria, ex art. 1385, terzo comma, c.c., opera in alternativa
all’azione speciale di recesso, alla stregua della confinazione del
danno entro la cornice della contemplata caparra confirmatoria;
così, allo stesso modo – per analogia di ratio –, la parte
contrattuale danneggiata può invocare l’ordinario risarcimento dei
danni in alternativa alla disciplina della clausola penale, quale
previsione negoziale con funzione rafforzativa del vincolo
contrattuale nonché con funzione di liquidazione convenzionale,
preventiva e forfettaria della prestazione risarcitoria (che esige la
prova del solo inadempimento imputabile), cui è tenuto il
contraente inadempiente, ed altresì accessoria ad una ipotetica
domanda di risoluzione o di adempimento (Cass. Sez. 6-3,
Ordinanza n. 21398 del 26/07/2021; Sez. 5, Ordinanza n. 16561
del 05/07/2017; Sez. 1, Sentenza n. 19358 del 22/09/2011; Sez.
3, Sentenza n. 1183 del 19/01/2007; Sez. 3, Sentenza n. 11356
del 16/05/2006; Sez. 2, Sentenza n. 4779 del 04/03/2005; Sez.
2, Sentenza n. 591 del 13/01/2005; Sez. 2, Sentenza n. 6927 del
21/05/2001; Sez. 3, Sentenza n. 1720 del 25/06/1963).
Contrariamente alla tesi di una parte della dottrina, dunque,
l’avente diritto può rinunciare ad avvalersi della penale ed agire
in giudizio per ottenere la risoluzione del contratto e il
risarcimento del danno secondo le regole ordinarie e per la sua
entità effettiva, così come è espressamente previsto in tema di
caparra confirmatoria.

Siffatta ipotesi di abdicazione non si pone in contrasto con la
previsione normativa, secondo cui la clausola penale limita il
risarcimento alla prestazione promessa, senza che sia
contemplata sul punto alcuna deroga.

E tanto perché la relativa limitazione quantitativa opera solo
allorché la parte decida di avvalersi della clausola, ossia del
rimedio speciale, che implica l’esonero dalla prova del danno.
Né aderendo a tale ricostruzione viene meno la ratio della
stabilita clausola penale pura, ossia della predefinita
delimitazione del danno entro il tetto della quantificazione fissata,
senza la possibilità di chiedere un danno ulteriore.

Ora, in linea astratta, le parti possono espressamente
convenire la risarcibilità del danno ulteriore; in tal caso spetterà
all’avente diritto la somma ulteriore dovuta, risultante dalla
detrazione dall’ammontare complessivo del danno dell’importo
della penale, e il richiedente sarà onerato della prova
dell’ammontare dell’intero danno (Cass. Sez. 6-3, Ordinanza n.
21398 del 26/07/2021; Sez. 1, Sentenza n. 12956 del
22/06/2016; Sez. 2, Sentenza n. 15371 del 22/07/2005; Sez. 2,
Sentenza n. 6356 del 13/07/1996).

Tuttavia, rispetto ad una clausola penale onnicomprensiva,
che non stabilisca appunto il risarcimento del danno ulteriore, il
danno deve comunque rimanere contenuto entro il tetto fissato,
nel rispetto della volontà negoziale espressa.

Con l’effetto che il risarcimento del danno ulteriore è
ammissibile solo se espressamente pattuito (Cass. Sez. 1,
Sentenza n. 12013 del 03/12/1993; Sez. 2, Sentenza n. 7603 del
09/07/1991; Sez. 1, Sentenza n. 2020 del 04/06/1976).

Tuttavia, questa confinazione del danno nei limiti della
clausola penale pattuita, ove non sia espressamente prevista la
risarcibilità del danno ulteriore, si determina solo laddove la parte
si sia avvalsa della clausola, e non già allorché abbia deciso di
avvalersi del regime risarcitorio ordinario, sottoponendosi al
relativo onere probatorio sull’an e sul quantum (e ai connessi
rischi dipendenti dalle carenze probatorie sul punto).

1.3.– Nella fattispecie, risultano dunque violati tali precetti,
nella parte in cui il giudice del gravame, dopo avere rilevato che il
danno dimostrato dalla promittente alienante, a fondamento della
domanda risarcitoria ordinaria proposta unitamente alla domanda
di risoluzione del preliminare, ammontava a complessivi euro
59.604,42, ne ha riconosciuto la spettanza nei limiti dell’importo
della penale, pari ad euro 15.000,00.

2.– Con il secondo motivo la ricorrente prospetta, ai sensi
dell’art. 360, primo comma, n. 3, c.p.c., la violazione e falsa
applicazione degli artt. 1382 e 1229 c.c., per avere la Corte
territoriale erroneamente applicato una penale esigua,
sproporzionata e perciò nulla, in quanto volta a limitare, in via
preventiva, la responsabilità del debitore per dolo o colpa grave.
E ciò – ad avviso dell’istante – rispetto alle conseguenze
pregiudizievoli di una condotta pluriennale di occupazione abusiva
sine titulo dell’immobile oggetto di causa, connotata non solo da
colpa grave, ma addirittura da dolo e da inusitata malafede.
Sostiene, sul punto, la ricorrente che – a fronte della
previsione di una clausola penale nella misura di appena euro
15.000,00 – l’immobile oggetto del preliminare aveva un valore
stimato di euro 255.646,00, rispetto al quale, al momento della
consegna delle chiavi, spettava un saldo pari ad euro
200.000,00.

3.– Con il terzo motivo la ricorrente censura, ai sensi dell’art.
360, primo comma, n. 3, c.p.c., la violazione e falsa applicazione
degli artt. 1382 e 1325, n. 1, c.c., per avere la Corte distrettuale
erroneamente incluso nell’ambito applicativo della penale
contrattuale danni non derivanti dall’inosservanza di clausole del
preliminare stipulato tra le parti l’8 gennaio 2004.

Osserva, in proposito, l’istante che sarebbero state incluse
nella penale voci di danno palesemente non rientranti nell’ipotesi
delineata dalle parti, derivanti da condotte illegittime poste in
essere dai promissari acquirenti successive ed ulteriori rispetto
all’integrazione dell’acclarato inadempimento del preliminare e
non conseguenti, in via diretta, all’inadempimento delle specifiche
obbligazioni contemplate dalle clausole del preliminare (relative
al pagamento del prezzo e al consenso da prestare per la stipula
del definitivo), quali euro 50.000,00 a titolo di illegittima
occupazione ed euro 7.604,42 a titolo di opere di ripristino
dovute al deterioramento per mancata manutenzione
dell’immobile nel frattempo detenuto dai promissari acquirenti,
condotte peraltro improntate a inusitata e gratuita malafede e
slealtà, avendo i promissari acquirenti continuato pervicacemente
a conservare la disponibilità dell’immobile per oltre 9 anni, senza
mai restituirlo spontaneamente, se non a seguito dell’esecuzione
forzata posta in essere nell’anno 2013.

4.– Con il quarto motivo la ricorrente si duole, ai sensi
dell’art. 360, primo comma, n. 3, c.p.c., della violazione e falsa
applicazione degli artt. 1382, 1223 e 1225 c.c., per avere la

Corte del gravame erroneamente ricompreso, nell’ambito
applicativo della penale contrattuale, danni non prevedibili ex
ante e non costituenti conseguenza immediata e diretta
dell’inosservanza delle clausole del preliminare dell’8 gennaio
2004, appunto in relazione alle voci di danno già richiamate nel
motivo precedente.

5.– Con il quinto motivo la ricorrente lamenta, ai sensi
dell’art. 360, primo comma, n. 3, c.p.c., la violazione e falsa
applicazione degli artt. 1382 e 1385 c.c., per avere la Corte
d’appello erroneamente omesso di applicare la disciplina relativa
alla caparra confirmatoria, cui era stata ancorata la previsione
della penale di cui al punto 15 del preliminare.

Cosicché, ad avviso dell’istante, non sarebbero state prese in
considerazione le conseguenze derivanti da tale applicazione, in
ordine alla facoltà della parte non inadempiente di richiedere il
risarcimento dei danni in base alle norme generali di cui agli artt.
1453 e ss. c.c.

All’uopo, evidenzia la ricorrente che la penale era stata
indissolubilmente legata e ancorata alla misura e alla disciplina
della caparra confirmatoria di cui al superiore punto 11 del
medesimo preliminare, sicché avrebbe dovuto trovare
applicazione la previsione di cui all’art. 1385, terzo comma, c.c.,
e segnatamente avrebbe dovuto essere ammessa la possibilità di
optare per la risoluzione del contratto, richiedendo il risarcimento
del danno in forza delle norme generali.

6.– I motivi dal secondo al quinto sono assorbiti
dall’accoglimento del primo, poiché la decisione su dette ulteriori
censure diviene all’esito superflua, per sopravvenuto difetto di
interesse.

7.– In conseguenza delle considerazioni esposte, il primo
motivo del ricorso deve essere accolto mentre gli ulteriori motivi
restano assorbiti.

La sentenza impugnata va dunque cassata, limitatamente al
motivo accolto, con rinvio della causa alla Corte d’appello di
Bologna, in diversa composizione, che deciderà uniformandosi al
seguente principio di diritto e tenendo conto dei rilievi svolti,
provvedendo anche alla pronuncia sulle spese del giudizio di
cassazione:

“Ove sia proposta domanda di risoluzione del contratto per
inadempimento, con contestuale richiesta di condanna della parte
inadempiente al risarcimento dei danni, il risarcimento è
subordinato alla prova dell’an e del quantum dei danni, non
operando conseguentemente la limitazione quantitativa di cui alla
clausola penale prevista in contratto, di cui la parte non
inadempiente non si sia avvalsa, ai fini dell’accoglimento della
domanda risarcitoria”.

P. Q. M.

La Corte Suprema di Cassazione
accoglie, nei sensi di cui in motivazione, il primo motivo del
ricorso, dichiara assorbiti i rimanenti motivi, cassa la sentenza
impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa alla
Corte d’appello di Bologna, in diversa composizione, anche per la
pronuncia sulle spese del giudizio di legittimità.