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Cassazione Civile 9960/2022 – Vizi della cosa compravenduta – Obbligo di garanzia – Onere della prova dei vizi carico del compratore

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Ordinanza 9960/2022

Vizi della cosa compravenduta – Obbligo di garanzia – Onere della prova dei vizi carico del compratore

In tema di compravendita, l’obbligo di garanzia per vizi della cosa venduta dà luogo ad una responsabilità speciale interamente disciplinata dalle norme sulla vendita, che pone il venditore in situazione non tanto di obbligazione, quanto di soggezione, esponendolo all’iniziativa del compratore, intesa alla modificazione del contratto od alla sua caducazione mediante l’esperimento, rispettivamente, della “actio quanti minoris” o della “actio redhibitoria”. Ne consegue che, essendo dette azioni fondate sul solo dato obiettivo dell’esistenza di vizi, indipendentemente da ogni giudizio di colpevolezza, l’onere della relativa prova grava sul compratore, non trovando applicazione i principi relativi all’inesatto adempimento nelle ordinarie azioni di risoluzione e risarcimento danno.

Cassazione Civile, Sezione 2, Ordinanza 28-3-2022, n. 9960   (CED Cassazione 2022)

Art. 1490 cc (Garanzia per vizi della cosa venduta) – Giurisprudenza

Art. 2697 cc (Onere della prova) – Giurisprudenza

 

 

FATTI DI CAUSA

Il giudizio trae origine dall’opposizione a decreto ingiuntivo proposto da (OMISSIS), titolare dell’omonima azienda agricola, con cui gli veniva ingiunto il pagamento di 23.374,96, in favore dell’ (OMISSIS) sas per la fornitura di prodotti fitosanitari.

Il (OMISSIS) dedusse che la fornitura aveva arrecato danni alle coltivazioni; in via riconvenzionale, chiese la risoluzione del contratto ed il risarcimento dei danni.

Si costituì l’ (OMISSIS) sas per resistere alla domanda e, in via preliminare chiese di essere autorizzata a chiamare in causa l’ (OMISSIS) s.r.l.

Instauratosi il contraddittorio con la costituzione dell’ (OMISSIS) s.r.l., che chiese il rigetto della domanda, il Tribunale di Verona, all’esito della CTU e dell’escussione dei testimoni, accolse l’opposizione e, per l’effetto, revocò il decreto ingiuntivo.

Su appello dell’ (OMISSIS) sas, la Corte d’appello di Venezia accolse il gravame e, per l’effetto rigettò la domanda per carenza di prova dell’inadempimento perchè il Ctu non era stato nelle condizioni, a distanza di quattro anni dall’evento, di effettuare un sopralluogo sui luoghi di causa, per verificare in concreto se il danno alle piante ed alle colture fosse stato determinato dai trattamenti fitosanitari.

Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso (OMISSIS) sulla base di tre motivi.

Hanno resistito con distinti controricorsi l’ (OMISSIS) sas e l’ (OMISSIS) s.r.l., che ha proposto ricorso incidentale condizionato sulla base di tre motivi.

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso, si deduce la violazione e falsa applicazione e degli artt. 2697 c.c. e dell’art.1218 c.c., in relazione all’art.360, comma 1, n.3 c.p.c., per aver posto l’onere della prova dell’inadempimento del contratto a carico del (OMISSIS) mentre trattandosi di contratto misto, sarebbe stato onere dell’ (OMISSIS) sas di provare di aver fornito al cliente anche l’assistenza tecnica.

Con il secondo motivo di ricorso, si deduce la violazione del giudicato interno in quanto il capo della sentenza che aveva dichiarato la risoluzione del contratto per inadempimento dell’ (OMISSIS) sas non sarebbe stato oggetto di specifica impugnazione.

Con il terzo motivo di ricorso, si deduce l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti costituito dalla totale perdita del prodotto relativo all’annata agraria del 2004, a seguito dell’infestazione di “psilla”, che sarebbe stato quantificato dal CTU ed erroneamente disatteso dal giudice d’appello.

I motivi, che per la loro connessione vanno trattati congiuntamente, sono infondati.

Va, in primo luogo evidenziato che la qualificazione del contratto spetta al giudice di merito, che ha inquadrato l’azione svolta dalla (OMISSIS) sas nell’ambito del contratto di fornitura ed il motivo di riscorso non censura tale qualificazione nè sotto il profilo della violazione di legge, nè sotto il profilo della violazione dei canoni di interpretazione del contratto, omettendo di riprodurre, nemmeno in forma riassuntiva, le parti da cui sarebbe emerso l’obbligo di assistenza tecnica in capo alla società fornitrice.

Quanto alla violazione dell’onere della prova dell’inadempimento, le Sezioni Unite di questa Corte, occupandosi delle azioni di risoluzione del contratto o di riduzione del prezzo per vizi della cosa venduta, ai sensi dell’art. 1490 c.c., hanno affermato che grava sul compratore l’onere di offrire la prova dell’esistenza dei vizi.

La tematica del riparto dell’onere della prova in materia di vizi della cosa accomuna e attraversa trasversalmente istituti tra loro diversi: si tratta, infatti, di una questione che emerge in materia di compravendita, di appalto e di locazione e che ha ingenerato, in dottrina come in giurisprudenza, non poche discussioni circa la necessità di rispettare o meno il principio, affermato in via generale da Cass., Sez. Un., 30 ottobre 2001 n. 13533, per. cui il creditore che agisca per la risoluzione contrattuale, per il risarcimento del danno, ovvero per l’adempimento o l’inesatto adempimento deve soltanto provare la fonte, negoziale o legale, del suo diritto ed il relativo termine di scadenza, limitandosi alla mera allegazione della circostanza dell’inadempimento o l’inesatto adempimento della controparte per violazione di doveri accessori, come quello di informazione, ovvero per mancata osservanza dell’obbligo di diligenza, o per difformità quantitative o qualitative dei beni.

Il debitore convenuto è gravato dell’onere della prova del fatto estintivo dell’altrui pretesa, costituito dall’avvenuto adempimento.

Nel risolvere il contrasto tra una parte della giurisprudenza che, in tema di garanzia per i vizi della cosa venduta, poneva l’onere della prova dei difetti, delle conseguenze dannose e del nesso causale a carico del compratore ed un secondo orientamento, che poneva al carico del venditore l’onere di provare che il bene compravenduto era, al momento della consegna, scevro dai vizi e difetti, le Sezioni Unite, vagliate funditus le molteplici opzioni dottrinali sviluppatesi intorno alla “natura” della garanzia per i vizi della cosa venduta, hanno seguito il principio già affermato, a suo tempo, da Cass., Sez. Un., 13 novembre 2012 n. 19702, che evidenziò come “l’obbligo di garanzia per i vizi della cosa pone ” il venditore in una situazione non tanto di “obbligazione”, quanto piuttosto di “soggezione”, esponendolo all’iniziativa del compratore, intesa alla modificazione del contratto di vendita, o alla sua caducazione, mediante l’esperimento rispettivamente dell’actio quanti minoris o dell’actio redibitoria “”. La garanzia per vizi, cioè, non va collocata nella prospettiva obbligatoria e la responsabilità che essa pone in capo al venditore va qualificata come “una responsabilità contrattuale speciale, interamente disciplinata dalle norme dettate sulla vendita. Il presupposto di tale responsabilità è, come già accennato, l’imperfetta attuazione del risultato traslativo (e quindi la violazione della lex contractus) per la presenza, nella cosa venduta, di vizi che la rendono inidonea all’uso cui è destinata o ne diminuiscono in modo apprezzabile il valore. Si tratta di una responsabilità che prescinde da ogni giudizio di colpevolezza del venditore e si fonda soltanto sul dato obiettivo dell’esistenza dei vizi; essa si traduce nella soggezione del venditore all’esercizio dei due rimedi edilizi di cui può avvalersi il compratore, al quale è anche riconosciuto il diritto al risarcimento dei danni, salvo che il venditore provi di aver senza colpa ignorato i vizi.

Da tale conclusione discende che la disciplina del riparto dell’onere della prova tra venditore e compratore, nelle azioni edilizie, non può ritenersi compresa nell’ambito applicativo dei principi fissati dalla citata sentenza n. 13533 del 2001 in materia di prova dell’inesatto adempimento delle obbligazioni nelle ordinarie azioni contrattuali di adempimento, di risoluzione e di risarcimento del danno, presentandosi la questione del riparto dell’onere della prova tra venditore e compratore, al contrario, di agevole soluzione, alla stregua del principio, fissato nell’art. 2967 c.c., che chi vuoi far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento.

In altri termini, poichè il diritto alla risoluzione o alla modificazione (quanto al prezzo) del contratto di compravendita, che vuol far valere il compratore che esperisca le azioni di cui all’art. 1492 c.c. per essere garantito dal venditore per i vizi della cosa venduta si fonda sul fatto della esistenza dei vizi e la prova di tale esistenza non può che gravare sul compratore.

Nel caso di specie, la Corte di merito ha rigettato la domanda per assenza di prova sull’esistenza dei vizi, posto che il Ctu non era stato nelle condizioni, a distanza di quattro anni dall’evento, di rilevarli attraverso un sopralluogo, al fine di verificare i danni alle colture.

Il giudice d’appello, quale peritus peritorum, non ha aderito alle conclusioni del CTU, che aveva individuato nei trattamenti praticati alle colture la causa dei danni riscontrati, evidenziando che non solo non vi era stato un sopralluogo, atteso il notevole lasso di tempo trascorso con inevitabile modifica dello stato dei luoghi, ma che vi erano errori nella compilazione del registro dei trattamenti, da cui risultava l’acquisto di prodotti fitosanitari per altre coltivazioni sicchè era impossibile determinare la quantità utilizzata per le coltivazioni di pero che, secondo la prospetttazione dell’attore, erano state danneggiate dai fitofarmaci.

In definitiva, secondo l’apprezzamento della Corte di merito, l’attore non aveva provato i vizi e le cause che li avevano determinati mancando ogni certezza su quanto accaduto e sulle cause del danno.

La Corte ha esaminato la relazione del Servizio Fitosanitaro Regionale del Veneto del 2004, basata sui registri in possesso dell’azienda, che presentavano gli stessi limiti evidenziati dal CTU.

Non vi è stata, pertanto un’inversione dell’onere della prova, nè la violazione del giudicato interno in quanto, con l’atto d’appello, la (OMISSIS) sas aveva contestato la decisione del primo giudice, che aveva accertato il suo inadempimento per vizi dei prodotti fitosanitari forniti.

Il ricorso va pertanto rigettato.

Va assorbito il ricorso incidentale condizionato proposto dall’ (OMISSIS) s.r.l.

Le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate in dispositivo.

Ai sensi dell’art.13, comma 1 quater, del DPR 115/2002, va dato atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis dello stesso art.13, se dovuto.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento, in favore della parte controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.800,00 per compensi per ciascun controricorrente, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15%, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi dell’art.13 comma 1 quater del DPR 115/2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis dello stesso art.13, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Seconda Sezione Civile della Corte di cassazione, in data 3 dicembre 2021.